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“Sì, certo. Possiamo rimanere amici   in ogni caso”; “Ti andavo bene finchè i tuoi amici non si sono impicciati”; “Il mio amore è amore, il tuo amore è odio”.

Parte dai titoli, ma anche dalle impietose e stringatissime note di copertina la tremenda autoironia di questo disco, in cui Fields sembra voler riflettere con cadenze tragicomiche sull’amarezza e sul fatalismo degli incontri sbagliati della vita. Come quello con un musicista che “sembra apprezzare la tua musica ma poi, appena trova un ingaggio migliore, se ne va dal tuo gruppo”.

Il fil rouge di una drammatica e nuda concretezza sembra proseguire con perfetta continuità in una musica suonata da una chitarra elettrica privata di ogni orpello effettistico, da un contrabbasso e da una batteria.

Quindi un trio non certo insolito nel jazz moderno, ma abbastanza raro da incontrare nella discografia free. Un tratto originale accentuato da un’improvvisazione incasellata tra temi molto spigolosi ma rigorosi e da un’improvvisazione continua alle cui spalle lavora un bassista capace di porsi in linea quasi telepatica con gli altri due e la percussività del giovanissimo portoghese Lobo.

Il primo è il quarantaduenne Gramss, anche lui come Fields vive a Colonia e ha collaborato tra gli altri con Fred Frith, Rudi Mahall e Tom Cora. Lobo si è già ascoltato in Italia con musicisti decisamente lontani da qui: Enrico Rava, Giovanni Guidi e Mauro Negri. In questo disco si rivela in grado di conferire proprietà espressiva anche quando si toccano vertici di radicalismo improvvisativo.

Apparentemente è lui il regista di tempi spezzati e multiformi che sostengono una sorta di insistenza armonica in cui un’immensa gamma di soluzioni passa attraverso arpeggi chitarristici, linee atonali velocissime o un’informalità grattuggiata. 4 stelle — Gigi Sabelli,   All About Jazz, Italy



Scott Fields è un chitarrista   che definire jazz sarebbe molto riduttivo. La definizione che lui stesso dà della sua musica è “post-free jazz”, ed “exploratory music”. In realtà, il suo maggior riferimento è il sistema tonale di Stephen Dembski, compositore che il chitarrista ha conosciuto nel 1991.

Beckett, album dedicato allo scrittore irlandese, è comunque il suo album più “jazzistico” (virgolette d'obbligo). Sporadicamente infatti (ad esempio in “Come and Go”, oppure al ventesimo minuto di “What Where”) è possibile rinvenirne alcune (poche e brevi) tracce. E sono, questi, i momenti più riusciti dell'album che, nei suoi quasi ottanta minuti, ci appare invece di una noia mortale.

L'album contiene infatti molta ricerca strumentale e timbrica, già difficile da digerire nelle performance dal vivo, ma che qui ci pare anche senza costrutto. Siamo consapevoli che dire queste cose ci fa passare per benpensanti che vogliono solo “muovere il piedino”. Non è così, e non siamo neppure dei fautori dell'Ars Consolatoria. E però non siamo nemmeno dei Tafazzi (Giacomo Tafazzi, personaggio creato da Aldo, Giovanni e Giacomo, che si martella le parti intime). 1 stelle — Paolo Peviani,   All About Jazz, Italy



I percorsi dei due chitarristi   d’avanguardia Elliott Sharp e Scott Fields sono piuttosto differenti, anche se indubbiamente si possono trovare alcuni punti in comune. Sharp è una delle espressioni più importanti e coerenti della scena downtown newyorkese e mette assieme progetti di amplissimo spettro che lo vedono passare dal blues arcaico rivisitato alla sperimentazione più radicale. Scott Fields è meno noto ma è una delle risorse più importanti della scena di Chicago, anche se da molti anni preferisce rimanere piuttosto defilato.

In questa occasione hanno scelto di chiudersi in una stanza, accendere i registratori, guardarsi negli occhi, senza prendere particolari accordi. Ognuno ha messo a disposizione una serie di composizioni spesso basate su sistemi di notazione inusuali, che pescano dalla grafica e dalla poesia. Poi hanno tirato fuori le chitarre acustiche e hanno dato il via all’esplorazione dei rispettivi mondi, cercando di compenetrarli, di rivoltarli, di scardinarli. Senza rispetto e senza paura.

In situazioni come questa la consuetudine ad affrontare l’ignoto senza mai perdersi d’animo è il necessario grimaldello che può aprire tutte le porte e i due chitarristi si muovono con il giusto mix di creatività, capacità di ascoltare e sensibilità nel rispondere alle sollecitazioni. E il risultato è di ottimo livello, un vero e proprio manifesto per l’improvvisazione a due, indipendentemente dallo strumento utilizzato. Allo stesso tempo l’ascoltatore smaliziato riesce a ricreare nella propria mente una mappa piuttosto precisa per identificare gli scenari legati alle possibilità di forzatura timbrica delle chitarre acustiche, come non mai capaci di diventare fonti di ritmo, di suoni, di brandelli tematici che compaiono qua e là come per magia. 3.5 stelle — Maurizio Comandini,   All About Jazz, Italy



Registrata dieci anni fa, la   musica di Dénouement ha faticato - succede, non c'è da stupirsi - per trovare il modo di venire pubblicata, venendo palleggiata tra etichette e produttori vari, per poi uscire una prima volta con la non fortunata etichetta Geode di Scott Fields e finalmente approdare a una label di qualità indiscutibile e di buona diffusione come la portoghese Clean Feed.

Un doppio trio, quello organizzato dal chitarrista di Chicago, artista dal percorso creativo assolutamente personale, tra la libertà dell'AACM e il rigore compositivo seriale: con lui sono un manipolo di altri straordinari protagonisti della scena chicagoana, Jeff Parker a "doppiare" il ruolo chiatrristico, Hans Sturm e Jason Roebke al contrabbasso, i telepatici Hamid Drake e Michael Zerang alla batteria.

Nella mani di Fields un organico “speculare” di questo tipo consente un'organizzazione a “rompicapo” della materia musicale — lo specifica lo stesso chitarrista nella note di presentazione al disco - con sovrapposizioni metriche e sfasamenti tonali. Ne esce una musica irrequieta, nervosa, ammaliante nel suo percorrere orizzonti in progressivo sfasamento.

Il rapporto tra le coppie di strumenti [da un punto di vista squisitamente timbrico, ad esempio, il binomio con l'asciutto Parker è spesso interessante] è in continua evoluzione e si muove in composizioni dall'ampio respiro, magari non eccessivamente gratificanti da un punto di vista del puro godimento d'ascolto, ma che si insinuano come piccole ossessioni. 3.5 stelle — Enrico Bettinello,   All About Jazz, Italy



Il primo brano di questo   album proposto da un duo di chitarristi radicali e visionari potrebbe trarre in inganno: il clima è molto quieto, minimalista, quasi da cantilena per un asilo nido progressivo della bassa padana. Ma poi non mancano gli sconquassi, le deflorazioni della materia sonora, le improvvise accelerazioni che favoriscono le escursioni fuori dal sentiero conosciuto. Perchè questi due temerari non ne vogliono proprio sapere di mantenere la strada conosciuta. No. Loro vogliono proprio smarrirsi nel suono e quindi non danno retta ai proverbi e alle consuetudini e vanno a cercarsi guai nei fuori pista, nei crinali dove la roccia affiora fra la neve e le tracce di sangue rosseggiano nel bianco abbacinante e sovraesposto.

Jeff Parker lascia da parte l’abituale arsenale di elettronica e di vecchi synth analogici che è solito abbinare alla chitarra nei suoi mille progetti che lo trascinano dai Tortoise al Chicago Underground Trio e Quartet, dagli Isotope 217 al gruppo di Ted Sirota e così via. Scott Fields approfitta dell’occasione per utilizzare una nuova chitarra che la Gibson ha deciso di produrre nella sua serie Signature, per l’appunto con il coinvolgimento, in sede di design e scelte costruttive, del cinquantacinquenne chitarrista di Chicago, ormai emigrato a Colonia. Una interessante variazione della classica ES336 che diventa SF336, dove SF sta ovviamente per Scott Fields.

I due chitarristi avevano già collaborato assieme nel disco Denoument del 1999, ma in quel caso il gruppo era un doppio trio con l’aggiunta delle batterie di Hamid Drake e Michael Zerang e dei bassi di Jason Roebke e Hans Sturm. Qui invece li troviamo in perfetta solitudine, faccia a faccia nella classica situazione del duo di chitarre che ne esalta le doti di improvvisatori attenti e allo stesso tempo senza inibizioni, pronti a far scoppiare le energie nascoste tra le corde delle loro chitarre e le valvole dei loro amplificatori, non disdegnando l’utilizzo di arnesi ‘esterni’, come ben dimostra la foto di copertina che vede Fields impegnato a titillare la sua SF336 con un archetto da violino. Le sei composizioni presentate sono originali. Parker firma la prima e ultima, pi brevi e minimaliste, mentre le altre quattro arrivano da Fields e sono ben più lunghe, elaborate e strutturate, almeno nelle modalità esecutive dell'improvvisazione.

La musica borbotta, scatarra, impallidisce, trattiene il fiato, si incunea in strane situazioni, ma poi viene fuori a pieno respiro, coi polmoni che soffiano via i grumi e riprendono a pompare ossigeno nel sistema. Il gap generazionale non si avverte più di tanto, anche se la leadership sembra più nel versante di Fields e in qualche modo Jeff Parker sembra voler pagare una sorta di debito verso il chitarrista della generazione precedente alla sua. Un dialogo fra due mondi che si intersecano e si sommano, in una libera esternazione che non si fa mancare sottigliezze e aree di meditazione ma che per la maggior parte del tempo brucia come una sventagliata di vetriolo. Copritevi bene! 3.5 stelle — Maurizio Comandini,   All About Jazz, Italy



La Delmark Records di Chicago,   diretta con solide intenzioni dal veterano Bob Koester, da una parte continua a tenere desta la tradizione, sia in campo jazzistico che nei territori del blues di Chicago, e dall'altra infila preziose perle alla collana dell'avanguardia.

Il lavoro in trio qui presentato appartiene certamente a quest'ultimo filone.

Scott Fields un valente chitarrista che si inserisce nella direzione gi intrapresa da Joe Morris e da altri chitarristi poco interessati sia al filone del jazz-rock e della fusion, sia alla corrente centrale della chitarra jazz ben rappresentata da Jim Hall e dai suoi epigoni.

Le cinque lunghe composizioni contenute in questo bel CD sono state tutte composte da Scott Fields e presentano situazioni che oscillano fra l'avanguardia pi radicale e momenti pi rilassati dove la destrutturazione ritmica e tonale di base si stemperano e si acquietano. I titoli dei brani sono tutti presi da lavori del grande sceneggiatore americano David Mamet, autore di lavori sia per il teatro che per cinema e TV.

L'approccio di Fields decisamente inusuale. Non si limita a trarre una ispirazione generica dai lavori teatrali di Mamet ma li utilizza come canovaccio tematico per le cinque composizioni. Prende alcune parti dalle sceneggiature e le viviseziona affidando per esempio la parte della voce femminile alla chitarra e quella della voce maschile al basso di Michael Formanek. Le frasi melodiche delle composizioni cercano di seguire il dettato ritmico delle battute scritte che ovviamente sono solo evocate, essendo il disco completamente strumentale.

I testi di David Mamet sono comunque allegati da Scott Fields agli spartiti, in modo che i musicisti siano consapevoli dello scenario che il leader intende evocare. L'approccio di Fields alla chitarra ricorda molto quello di Bern Nix, eccellente chitarrista, alla corte di Ornette Coleman per alcuni anni, e ora attivo, anche se piuttosto defilato, sulla scena downtown newyorkese. Un approccio che ci piace pi definire come una variante tonale di un universo parallelo piuttosto che come atonale. Diciamo che la tonalit a cui fanno riferimento questi musicisti non la stessa tonalit sulla quale si basa la musica occidentale di stampo tradizionale.

Ne scaturiscono melodie stralunate, a volte aspre ma spesso colme di fascino e di una loro cantabilit interiore, non priva di ingenuit . L'apporto dei due ritmi di altissimo livello e il trio si muove organicamente senza farsi condizionare dalle regole e dai pregiudizi. Ovviamente i tre mantengono campo aperto anche alle situazioni che presentano momenti decisamente sperimentali, quando i suoni chiamati ingiustamente rumori si affacciano curiosamente e menano la danza per lunghi tratti e il batterista Michael Zerang si trova a percuotere di tutto.

Una menzione particolare va alla bellissima foto di Whitney Bradshaw che campeggia in copertina e che rende molto bene le atmosfere evocate dalla musica contenuta nel disco. 4 stelle — Maurizio Comandini,   All About Jazz, Italy



Scott Fields, valente chitarrista d'avanguardia   americano alle soglie dei cinquant'anni, nelle note di copertina di questo eccellente CD, coglie l'occasione per raccontarci, con grande senso dello humor e dell'understatement, alcuni dettagli della sua tormentata vita di studente, negli anni sessanta, a Chicago.

Non proprio uno studente modello, si trovò a dover passare dalle mani di un terapeuta che, dopo alcune sedute, scoprì che i problemi dello studente bricconcello derivavano da un difetto alla vista. Dopo tantissimi anni, finalmente una recente operazione agli occhi con la tecnica della laser terapia parrebbe avere posto definitivamente rimedio a questo difetto congenito e ha dato a Fields il pretesto per giocare con le permutazioni linguistiche che si possono applicare alle due parole “this” (questo) e “that” (quello) per poi formare i titoli degli otto movimenti che compongono questa sorta di suite che cavalca con grande intensità e passione le strade dell'improvvisazione e della instant composition.

Il chitarrista, nato a Chicago nel 1952 e da oltre vent'anni residente nel Wisconsin, ha deciso di chiamare tutte le sue formazioni, siano esse composte da un paio di elementi o decisamente allargate, come nel caso del recente 96 Gestures [per leggerne la recensione clicca qui], con il nome “Ensemble”, un omaggio dichiarato all'Art Ensemble of Chicago, gruppo che gli ha fornito parecchio materiale su cui riflettere negli anni formativi della sua giovinezza, appassionatamente vissuti sotto l'egida dell'AACM. In questo caso ci troviamo di fronte ad un trio, come in occasione dell'eccellente Mamet [per leggerne la recensione clicca qui] uscito alcuni mesi fa per la Delmark Records. Anziché avere basso e batteria, come in quel caso, abbiamo violoncello e percussioni, affidate rispettivamente a Peggy Lee e a Dylan Van der Schyff, due canadesi emergenti, marito e moglie nella vita e ottima coppia anche da un punto di vista artistico.

I tre si integrano a meraviglia e la lunga suite muove con grande intensità da situazioni decisamente minimali, con i suoni che si rincorrono sussurrando dolcemente, a momenti di grande energia che si scatena come se le forze della natura avessero deciso di innestarsi magicamente fra le corde e le pelli degli strumenti usati in queste registrazioni. Le dinamiche sono dilatate in maniera splendida e la musica respira con grande vigore, mostrando scenari fortemente evocativi, paesaggi sui generis, accostamenti di colori del tutto inconsueti.

Come già in 96 Gestures il percussionista Van der Schyff si propone come uno dei più interessanti giovani batteristi in giro, assolutamente attento a raccogliere tutte le possibilità lanciate dagli altri strumenti per controbattere con soluzioni sempre originali, sia dal punto di vista della frammentazione ritmica che dal punto di vista delle scelte timbriche, che riescono sempre a spiazzare l'ascoltatore e probabilmente anche i partner.

La violoncellista Peggy Lee è sempre pronta a raccogliere la sfida delle intuizioni armonico-ritmiche del chitarrista, tessendo corpose fasce sonore che prendono l'abbrivio da fondali sempre dinamici per giungere a momenti in cui il proscenio è conquistato con decisione. La dote principale di Scott Fields è quella di riuscire a stare a cavallo dell'improvvisazione con grande intelligenza e capacità di interazione con i suoi partner. A differenza di altri musicisti, non ha paura di entrare ed uscire da situazioni anche vagamente tonali, piccoli frammenti melodici che appaiono qua e là, inconsueti e improvvisi, del tutto anomali, ma profumati e piacevolmente delicati, piccole anse entro le quali riprendere il fiato e ricomporsi, in questo tormentato viaggio dentro una suite piena di situazioni in cui il respiro rimane quasi sempre sospeso e incantato. 5 stelle — Maurizio Comandini,   All About Jazz, Italy



Le tre performance contenute negli   altrettanti CD che compongono questo cofanetto ci offrono ben duecento minuti di musica profondamente improvvisata, ma guidata da regole ben precise con le quali i musicisti sono sempre tenuti a confrontarsi. Il leader il chitarrista di Chicago Scott Fields, qui alla testa di un ensemble composto da dodici eccellenti musicisti e da un conduttore chiamato ad interagire con le strutture compositive e a coinvolgere in qualche modo nell'improvvisazione anche il proprio ruolo.

Il contesto quello di un free jazz molto moderno, illuminato da ottimi interpreti e innervato da fantasiose regole strutturali che consentono alla musica di stare aggrappata ad una efficace spina dorsale che pare sempre sul punto di spezzarsi ma che in realt dimostra la propria capacit vitale di rigenerarsi organicamente ad ogni scossone e ad ogni angolo imprevedibilmente complicato.

Sono tre diverse variazioni di un progetto compositivo basato su 96 “gestures” (frammenti cinematici di musica scritta) che il conduttore e i musicisti sono liberi di ricomporre in mille modi, con l'intento di creare un puzzle informale in cui i pezzi sembrano magicamente aderire sempre l'uno all'altro, mostrando combinazioni di colori e di forme mai ascoltate in precedenza.

Il tutto si dipana come una sequenza di libere improvvisazioni guidate che si propongono come un'autorevole proposta di studio e di interpretazione, sia da parte dei musicisti che da parte degli ascoltatori. La presenza di veterani dell'avanguardia come Joseph Jarman e Myra Melford, del cornettista Rob Mazurek (noto a Chicago per i suoi lavori trasversali coi Tortoise, gli Isotope 217 e la saga del Chicago Underground Duo divenuto Trio e poi Quartet, senza dimenticare la versione come Orchestra), degli emergenti Fran ois Houle e Dylan Van Der Schyff, molto attivi in quel di Vancouver, e degli altri ottimi interpreti guidati dal conduttore Stephen Dembski, una chiara indicazione di come il leader Scott Fields abbia accuratamente scelto gli interpreti di questo viaggio all'interno di inconsuete strutture, per poter garantire un costante flusso di idee che sono assolutamente indispensabili per mantenere sempre la tensione creativa su livelli ottimali.

Scott Fields, nato a Chicago il 30 settembre del 1952, residente nel Wisconsin dal 1976, un chitarrista che si distinto sin dagli anni settanta nei gruppi pi sperimentali che si facevano notare nell'eccitante clima creatosi a seguito della forte azione svolta a Chicago dall'AACM.

Scomparso in qualche modo dalla scena musicale alla fine degli anni settanta, ritornato fuori recentemente con progetti molto interessanti e con l'eccellente Mamet da poco uscito per la Delmark [per leggerne la recensione clicca qui], dove si esibisce in trio con grande maturit e intelligenza. Anche in questo progetto dimostra di essere un musicista concettualmente sofisticato e con forti doti di leadership. Questa esperienza di ensemble allargato si configura come una mappa territoriale di un luogo della mente difeso da una immaginaria linea Maginot che l'ascoltatore deve decisamente violare per entrare in un mondo governato da regole mutevoli che si prendono il compito di dirigere lo scorrere dei suoni che fluiscono da ogni lato e che si dirigono da ogni parte. Portatevi una bussola...4 stelle — Maurizio Comandini,   All About Jazz, Italy



I percorsi dei due chitarristi   d’avanguardia Elliott Sharp e Scott Fields sono piuttosto differenti, anche se indubbiamente si possono trovare alcuni punti in comune. Sharp è una delle espressioni più importanti e coerenti della scena downtown newyorkese e mette assieme progetti di amplissimo spettro che lo vedono passare dal blues arcaico rivisitato alla sperimentazione più radicale. Scott Fields è meno noto ma è una delle risorse più importanti della scena di Chicago, anche se da molti anni preferisce rimanere piuttosto defilato.

In questa occasione hanno scelto di chiudersi in una stanza, accendere i registratori, guardarsi negli occhi, senza prendere particolari accordi. Ognuno ha messo a disposizione una serie di composizioni spesso basate su sistemi di notazione inusuali, che pescano dalla grafica e dalla poesia. Poi hanno tirato fuori le chitarre acustiche e hanno dato il via all’esplorazione dei rispettivi mondi, cercando di compenetrarli, di rivoltarli, di scardinarli. Senza rispetto e senza paura.

In situazioni come questa la consuetudine ad affrontare l’ignoto senza mai perdersi d’animo è il necessario grimaldello che può aprire tutte le porte e i due chitarristi si muovono con il giusto mix di creatività, capacità di ascoltare e sensibilità nel rispondere alle sollecitazioni. E il risultato è di ottimo livello, un vero e proprio manifesto per l’improvvisazione a due, indipendentemente dallo strumento utilizzato. Allo stesso tempo l’ascoltatore smaliziato riesce a ricreare nella propria mente una mappa piuttosto precisa per identificare gli scenari legati alle possibilità di forzatura timbrica delle chitarre acustiche, come non mai capaci di diventare fonti di ritmo, di suoni, di brandelli tematici che compaiono qua e là come per magia. — Maurizio Comandini,   All About Jazz, Italy



Scott Fields lascia da parte   la chitarra e si concentra nella conduzione di questo ampio ensemble di musicisti, principalmente tedeschi, alle prese con alcune sue composizioni. La musica è stata registrata dal vivo in un piccolo locale di Colonia, il 25 gennaio del 2009.

Il primo brano è dedicato ad un compositore di musica elettronica giapponese (Masami Akita noto come Merzbow) mentre gli altri quattro brani sono una sorta di suite destinata a gruppi di improvvisazione da camera, alla quale Fields sta lavorando da tempo.

La chiave di questa interpretazione va individuata nella decisione di cercare di lavorare nel regime delle dinamiche basse, anche per contrastare una delle caratteristiche fondamentali del lavoro del musicista giapponese omaggiato. Quest’ultimo infatti è ben noto per l’utilizzo di suoni/rumori ad altissimo volume. Allo stesso tempo un refuso sulle locandine tedesche (Quiet Large Ensemble invece che Quite Large Ensemble) ha fatto propendere per una scelta di volumi contenuti anche per i quattro movimenti di OZZO.

Contrasti e casualità: due componenti che bisogna saper ben manipolare per uscirne senza le ossa rotte. Un esperto navigatore dell’improvvisazione come Scott Fields lo fa ovviamente senza problemi, ben coadiuvato da un eccellente gruppo di musicisti fra i quali spiccano il saxofonista Frank Gratkowski e l’esperto bassista Achim Tang. — Maurizio Comandini,   All About Jazz, Italy

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